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Intervista di "Settimana" 2013 a Costa / Arinci

Domanda : Torino Spiritualità 2013, fra le sue numerose iniziative, ha proposto anche il tema della danza religiosa e liturgica. Padre Costa, lei ha partecipato a questo progetto: può dirci come è stato pensato e con quali intenti?

Risposta : Nella linea di Torino Spiritualità 2013 (“Il valore della scelta”) ha trovato agevolmente spazio un duplice intervento, grazie alle capacità professionali e all'esperienza liturgica di Roberta Arinci. La danzatrice ha infatti presentato, come solista, una performance di danza indiana classica a tema cristiano, imperniata su quattro temi biblici (Creazione, Annunciazione, Il cieco nato, Passione del Signore), e successivamente, alla Messa domenicale nella chiesa di San Filippo Neri a Torino, ha guidato l'intervento del gruppo di danza liturgica “Ars bene movendi”, da lei formato a Milano negli scorsi anni.

 

D : Roberta Arinci, nella sua qualità di danzatrice di danza indiana sacra classica, lei è stata il perno attorno a cui i due interventi danzati si sono svolti: ci dica in sintesi in che modo lei è arrivata a questo duplice impegno, che sappiamo da lei praticato già da tempo.

R : Il primo intervento mi vede solista nella performance che è un importante momento di alta qualità artistica, di un’arte raffinata che studio da venticinque anni, oltre che una ricerca originale e rara, mentre il secondo, lavoro iniziato sette anni fa, ne è in qualche modo il suo sviluppo. Se infatti danzare la Bibbia secondo le regole della danza dell’India è una forma di inculturazione, la danza liturgica cristiana ne è un’inculturazione di ritorno. Infatti non si può fare danza liturgica senza un senso profondo della sacralità del corpo, della ritualità dell’arte e della crucialità della liturgia nella vita – tutte nozioni assenti nell’arte europea e invece presenti da sempre nelle arti coreutiche indiane, la cui pratica negli anni, giorno dopo giorno, instilla questi principi nel profondo dell’anima.

 

D : Parlare di danza religiosa e liturgica non suscita ovunque e in tutti una reazione positiva. Chiediamo a Padre Costa di interpretare queste reazioni di perplessità e talora di sconcerto. 

R : Alla base vi è la nostra comune cultura di cristiani europei, da secoli diventata sospettosa nei confronti del corpo e del suo coinvolgimento nell'atto religioso (paradossalmente, anche perché in realtà è impossibile pregare estraniandosene!). La liturgia stessa, molto a lungo, si è espressa in forme rigide, al limite stereotipate. Ritrovare una maggiore cordialità verso i gesti e i movimenti rituali, sciogliendoli da rigidezze non indispensabili, è un cammino lungo, faticoso, pieno di ostacoli, facile ai malintesi e talora oggetto di sarcasmi. Un certo tipo di danza in liturgia può accompagnare con serietà, pertinenza e gioia questa evoluzione del sentire cattolico.

 

D : Roberta Arinci, vedendola danzare, si intuisce che questa, che è insieme una austera disciplina artistica e un importante servizio alla liturgia, rappresenti per lei un impegno non solo culturale ma anche profondamente spirituale. Che cosa testimonia al riguardo ?

R : Danzare per il Signore è il centro della mia vita, una vocazione iniziata a vent’anni, quando ho detto il mio “sì” a Dio con grande slancio, senza paura ma molto buio intorno - e perplessità altrui. Sentivo una vocazione religiosa che non pareva però trovare nei voti canonici la sua migliore espressione, tant’è che mi sono sposata presto e sono madre di due figli. Pochi mesi fa ho pronunciato finalmente, dopo tanti anni di cammino nella fede, un voto privato legato alla danza come atto sacro. Fare uno spettacolo in chiesa, come spesso avviene, in teatro o danzare durante le liturgie, insegnare danza indiana, danza liturgica o consapevolezza corporea per la liturgia : sono tutti modi di testimoniare la mia fede. Anche la cultura serve : è arricchente per sé e per gli altri poter dare l’immagine del volto indiano di Gesù.

 

D : L'apertura ad altre culture e l'incontro con altri universi religiosi è uno degli orizzonti della Chiesa che in questi ultimi decenni ha subito un' accelerazione, quindi un'urgenza, particolari. Padre Costa, quali prospettive si vanno delineando? 

R : Si parla molto oggi di inculturazione del cristianesimo: è un tema fondamentale, a patto che non lo si prenda a senso unico, ossia unicamente delle chiese europee a quelle degli altri continenti. Se ha da essere, come vivamente desideriamo, sarà un reciproco comunicare le forme e i modi in cui le diverse culture accolgono l'innesto del Vangelo in casa propria. Quando è reciproco, diventa di inestimabile valore. Ora, accogliere l'arte raffinata della cultura dell'India che ricrea le espressioni evangeliche, è un capitolo importante, in questa linea. Inoltre lo stile, il modo, la qualità, la compostezza, il senso della ritualità propri della religiosità indiana possono essere un eccellente modello per una danza in liturgia anche in Europa. Non si tratta di copiare o riprodurre in modo insensato, ma di lasciarsi ispirare dai valori anche coreutici di una grande civiltà spirituale, per dare forma, conveniente ed espressiva, a un gesto di danza nella nostra liturgia.

 

D : Nell'ambito strettamente liturgico - chiediamo a Roberta Arinci - come si colloca l'azione danzata ? Non rischia di inserire dei momenti di puro spettacolo, non consono alle celebrazioni ? Nella sua esperienza, quali vie convincenti le si sono presentate perché si possa veramente parlare di danza liturgica ? 

R : Premettendo che è stata cruciale la collaborazione con P. Costa, mi sono formata in studi liturgici presso il Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra di Milano e il Corso di Perfezionamento Liturgico Musicale dell’Ufficio Liturgico Nazionale : non si può lavorare sul rito se non lo si conosce, morfologia e storia. Perché le danze durante lo svolgersi di un rito ne siano aderenti, è necessario chiedersi, anzitutto, quale sia il significato del momento che si vuole prendere in considerazione : stiamo acclamando il Signore che entra in chiesa nella sua Parola o gli stiamo chiedendo perdono ? La visibilità della danza, sua natura e suo limite, è la qualità bifronte che ci stimola a riflettere e a creare, tenendo conto dell’eloquenza del corpo in sé : una persona ritta davanti a noi, anche silente, non è già un discorso ? In concreto, un momento danzato che, nella celebrazione, si innesta sempre su un canto eseguito da tutta l’assemblea, in qualche modo interpretandolo, ha piena garanzia di far corpo con il rito ed essere perciò pienamente liturgico.

 

Contributo per il volume : AA.VV., Il corpo liberato, Gabrielli ed, 2014

 

Tutti i corpuscoli elementari sono fatti

della stessa materia, che possiamo chiamare energia

o materia universale.

Diverse forme soltanto, sotto le quali

può comparire la materia.

Il cosmo è materia spirituale.

 

Teilhard de Chardin

 

Newton aveva visto ciò che univa

la mela, la terra e la luna.

La danza dell’energia.

 

ERNESTO CARDENAL La danza degli astri, Canto cosmico

 

 

Facendoci strada nella vita, facciamo esperienza del fatto che la nostra personalità è una conquista. Per me, la danza è stata la scala sulla quale salire per ascendere. Nella salita, nello sforzo, progressivamente qualcosa in noi si trasfigura. Ciò avviene attraverso una perdita, però : dobbiamo morie al nostro ego. Non si ha sempre voglia di allenarsi; esercitarsi è un atto di grande fede. Se vogliamo unirci a Dio che è più di noi, dobbiamo perdere qualcosa di noi. Lavorare col corpo significa misurarsi con la morte ogni giorno : la morte dell’ego e la morte della pretesa di riuscirci senza la materia stessa, senza lavorarla, nel nostro stesso corpo, materia che guida e che si fa plasmare, che limita e che sfida, che porta alla trasfigurazione in Dio. Il lavoro è strapparci a noi stessi per donarci a Dio. Nella salita, guardiamo al crocifisso che ci indica la strada : nullificarsi, togliere.

Né Dio né la perfezione sono di questo mondo ma, lasciando il proprio ego sulla soglia, abbandonandosi alle sue regole, l’artista trova il divino. Bisogna lasciarsi andare con fiducia a tutti quei dettami che sembrano non essere stati fatti per le nostre menti, a quelle parole sconosciute, a quelle posture che sono scomode per le nostre membra a quei mantra e canzoni dalle melodie inafferrabili per le nostre orecchie che pretendono di ravvisare un filo logico nel suono.

Solo un’arte rigidamente codificata è una vera sadhana. Le arti da palcoscenico indiane ne sono un esempio. Altrove l’artista si sfoga, fuorviato dalla verità accecato dal proprio ego. E’ la ricerca di sé stessi nel proprio narcisismo, quando invece ogni Maestro dello Spirito ha insegnato che è solo perdendo il proprio sé che lo si trova.

 

Non ho alcun dubbio che Dio mi benedica, quando danzo. Lo sento nel corpo non disgiunto dall’anima. Cercando di capire perché e come, sento che è diverso già il respiro, si avverte che c’è stata una trasfigurazione. Anche il peso è differente, il corpo sembra cavo dall’interno. Allo specchio, il viso rifulge : la sua luminosità è evidente. Ma questo non avviene dopo la pratica solitaria bensì durante una performance. Perché ? Per due ragioni : c’è il pubblico e si segue un iter. Cioè, c’è il rito ! La presenza della gente è indispensabile perché vi sia celebrazione, altrimenti è mera pratica. Da sola ricordo, ripeto; con il pubblico celebro.

L’arte indiana è rituale da sempre, lo è in tutte le sue manifestazioni, danza inclusa – o per prima, visto l’insieme di elementi che raggruppa. C’è la sequenza di gesti, c’è la parola, la parola cantata fatta danza e la Parola sacra (inni, mantra o testi biblici nei temi cristiani), e la successione che segue un percorso non modificabile ad libitum che ha una struttura ordinata e culminante in un punto preciso ma composto di elementi vari. E il corpo, intero.

La devozione religiosa in quest’arte è fondamentale. I maestri hanno sempre detto che chi ha devozione raggiunge i risultati migliori. Io prego sempre il Signore, quando danzo, la mia danza è sempre per Lui. Perché ciò avvenga, prego prima, mi preparo anche spiritualmente, recito la preghiera indù prima di indossare le cavigliere, e se danzo i temi cristiani ma anche gli altri stili, un Padre nostro – sono comunque cristiana, è la mia preghiera.

Il primo brano di danza è sempre un’invocazione, poiché non c’è preghiera, in tutte le tradizioni, che non inizi così. Io lo sento molto. Nell’offerta dei petali dono tutto il mio cuore, un gesto profondissimo, che nasce dall’interno, che dà corpo a ciò che dentro riposa da mesi, e che nei giorni, in silenzio, matura. Durante questa danza, tutto inizia : il primo gesto, nei riti, è introduttivo. Non si entra subito nel sancta sanctorum, si ha bisogno di disporsi al meglio per l’incontro importante, quello che può stupirci e trasformarci : se Dio darà la sua benedizione, come gli si chiede appunto con questa danza, chi la riceve deve prepararsi. Il finale, generalmente più breve dell’introduzione, aiuta il congedo, esprimendo gratitudine per il dono ricevuto e la sua condivisione. Anche il pubblico vi partecipa, applaudendo e comunicando con il sorriso la gioia. La danzatrice non si sottrae, anche se per modestia vorrebbe, all’unica parola che il pubblico può dire.

E poi la pace, l’alto silenzio che finalmente fa l’anima ! Tutto tace, dentro. Respira lo Spirito, nella quiete di gesti e parole. Allora le parole sono poche, ma gravide di senso.

 

Non c’è al mondo alcuna bellezza pari a quella dell’arte, in cui l’uomo, conscio della sua imperfezione, sente le melodie celesti nel suo cuore e tenta di trovare la strada per farle uscire e comunicarle agli altri, nella speranza che queste raggiungano il cuore degli altri. A questo punto si verifica la fusione delle anime. Mi pare che ogni cosa sia inutile, se non Lo si sente danzare nel proprio cuore.

Una religione che non consenta o che non incoraggi un’esperienza diretta di Dio non ci interessa.

E un’esperienza di Dio che non passi attraverso i sensi non può dirsi completa. L’intelletto, che pure guida l’uomo, non può esaudire tutta la conoscenza di Dio. Dai sensi allo Spirito; ci pare questo l’insegnamento delle arti coreutiche indiane. La danza è una meditazione : il ritmo ha una straordinaria capacità di concentrare la mente. Così facendo, si annulla la sua costante e fastidiosa attività che interferisce con lo spirito.

 

Abbandonarsi alla danza significa fare fede che essa spazzerà via tutte le ansie, paure e negatività in genere.

Se Dio risiede nell’anima in modo nascosto alla nostra coscienza, la danza allora è un potente mezzo di risveglio. Ma cosa occorre per fare un’ esperienza spirituale in danza ? Concentrazione, rinuncia, purificazione.

Concentrazione significa : disciplina, dedicazione e devozione. Ogni sforzo disciplinato porta inevitabilmente a un risultato. La dedicazione è un assoluto : un artista sposa la propria arte. Non se ne separa mai. La devozione è una conditio sino qua non : la danza è la preghiera di un bhakta, un devoto, e il praticante deve esserne consapevole. Dimenticarsene implica una ricaduta sul risultato.

Anche la rinuncia ha il suo posto e costa uno sforzo. Ma lo sforzo si fa solo se c’è attaccamento. Non riuscirei mai a rinunciare a qualcosa cui tengo se non avessi fede che Dio mi è vicino, se non credessi che me la darà quando sarà tempo o che mi darà la cosa giusta in cambio o, meglio, che parlerà alla mia anima nel deserto della privazione. Non riesco a separare, dunque, la rinuncia dalla fede e, quindi, dalla speranza.

La purificazione è presente perché è tapas o slancio ascetico : la pratica santifica, e l’artista deve mantenersi puro : “Dio,[che] hai voluto che soltanto gli spiriti puri conoscessero il vero” S.Agostino, Soliloqui, l.1°,2.

 

LA DANZA

 

Porta via le mie inquietudini

appiana i miei contrasti

scioglie i miei nodi

fa silenzio nell’anima

mi rende consapevole di essere viva qui e ora;

lascia libero il cuore di cantare il suo canto come vuole e sente

e senza che io me ne accorga

mi fa crescere.

 

Come il vento, col suo soffio,

fa suonare le corde dell’arpa,

così lo Spirito del Signore

vibra nelle mie membra

e io

danzo nel suo amore.”

 

Roberta Arinci

Documentazione in Vaticano

Documentazione in Vaticano - Danza Liturgica

La lettera, indirizzata a P. Eugenio Costa, denota una presa visione del materiale inviato a Papa Francesco sulla ricerca dell'inserimento di danze nei riti della Chiesa cattolica.

Da Papa Francesco

Da Papa Francesco - Danza Liturgica

L'incontro seguì all'udienza concessa ai partecipanti al convegno sulla musica liturgica, organizzato a Roma nel 2017 dal Pontificio Consiglio per la Cultura. "La danza è un fiore che sboccia sull'albero della musica", disse R. Arinci a Papa Francesco, presente il cardinal G. Ravasi. 

Tango per Papa Francesco

Tango per Papa Francesco - Danza Liturgica

Articolo a quattro mani con Eugenio Costa S.J.

Danza Liturgica

CORSO DI DANZA LITURGICA

Per visioni e letture ulteriori :

VIDEO su You Tube
BLOG sulla danza in liturgia

CORSO DI GESTUALITA' LITURGICA

CORSO DI GESTUALITA' LITURGICA - Danza Liturgica

Il corso di educazione corporea per la messa – o “Corpo in liturgia” - si rivolge a chiunque desideri partecipare pienamente alla celebrazione eucaristica, usando consapevolmente i gesti previsti dall'Ordinamento Generale del Messale Romano. Sono previste spiegazioni sulla gestualità orante ma nessuna danza in senso proprio. Fu svolto anche nel 2013 per la formazione di animatori musicali, organizzata dall’Associazione Universa Laus.

Danza Liturgica

“ Entrare a capo chino, eseguire in silenzio e per amore, uscire in punta di piedi “